Descrizione Progetto

OPERA DI SERGIO RODELLA

Il bambino e
la scarpa

marmo bianco calacatta, bronzo e pietra crisocolla
quinto periodo 2000 – 2011

Sergio Rodella scultore - opere quinto periodo 2000-2011

Opera di Sergio Rodella

Il bambino e la scarpa

marmo bianco calacatta, bronzo e pietra crisocolla
quinto periodo 2000 – 2011

La critica dell’opera

di “Sara Taglialagamba”

La capacità innata di dare voce alla forma.
Di rispondere all’urgenza creativa che nasce e si annida nell’animo sensibile di un artista.
Di dare un volto, un corpo e un’anima a quell’urgenza.
Di dare un’identità ai propri sogni e ai fantasmi ancestrali che prepotentemente chiedono di essere ascoltati, capiti, compresi, amati, tradotti in scultura.
Questo, e non solo, sembra riassumere la poetica di Sergio Rodella, animo rinascimentale dell’homo faber proiettato ai giorni nostri e capace non solo di rispondere a tali bisogni artistici, ma di coniugarli ad una abilità tecnica e manuale, quasi artigianale, che modella e cesella la forma con una maestria e una forza ad oggi inedita, perduta e ritrovata.
La capacità di scatenare emozioni.
Che è poi il vero messaggio dell’arte.

… senza dubbio predispone il suo animo a quel linguaggio elegante, pausato e forbito che caratterizza tutte le sue opere, ed attento studioso, appassionato all’arte che trova proprio nelle origini italiane la sua forma più dirompente di espressione. Rodella sembra combinare insieme quel tocco semplice ed elegante che tornisce la forma a colpi di scalpello e di sentimento, proprio di uno scultore rinascimentale come Jacopo Della Quercia, e quella capacità quasi berniniana di lavorazione del marmo che diventa “carne viva” di anatomie bianche e splendenti, ulteriormente valorizzate dal gioco delle screziature preziose, delle venature brillanti, della diversa natura e colorazione dei marmi, che sommandosi a quelli purissimi, descrivono i panneggi che, anziché coprire, svelano le forme. È il gioco immortale dell’artista-demiurgo che, quasi al pari della fucina di Vulcano, forgia le forme con estrema facilità lavorando un materiale difficile come il marmo e rendendolo capace di adeguarsi all’idea. È una sfida contro la materia che si rivela duttile, plasmabile, modellabile ed ha il suo apice nell’invenzione miracolosa nelle realistiche pieghe dei panneggi che in tutta libertà, quasi ad passo ritmico di danza, sembrano rincorrersi sulla superficie.

L’ispirazione si traduce quindi nella forma: come se essa fosse la risposta materiale, la presenza fisica e tangibile della risposta dell’artista a quella chiamata martellante che – dice Rodella – “non mi dà mai pace, finché non le rispondo”. È in questo momento che arte e tecnica si incontrano in un abbraccio indissolubile: come se il marmo stesso plasmasse l’Idea, ancora spesso senza nome, né volto, né storia, grazie al tocco talentuoso e virtuoso dello scultore. Ecco come nascono i suoi personaggi, le sue Idee. Lo spettatore posto di fronte ad un’opera di Rodella è colpito dalla presenza fisica ed emotiva delle sculture che si impongono per la loro dirompente corporeità, presentandosi per essere conosciute e comprese.

Le capacità tecniche obbediscono al processo creativo, che è di per se turbolento, spesso doloroso: come se Rodella fosse costretto a rispondere all’ispirazione attraverso una ricerca interiore, scavando dentro di sé, cercando, piano piano, passo dopo passo, di dar forma e parola al suo personaggio. La ricerca introspettiva è spesso un processo che da voce all’io irrazionale, alle proprie esigenze, spesso anche alle proprie paure, ma che marchia ogni sua opera. È questa la grande capacità di Rodella: l’animo tormentato si piega alla realizzazione di figure rivestite di luce che si ergono maestose, compiaciute del proprio corpo tornito e soprattutto della grande purezza ed altezza morale. È in questo modo che si presentano: prima, soltanto demoni dell’ispirazione che chiedevano allo scultore di nascere, adesso, sentinelle e custodi di un messaggio positivo, mai uguale a se stesso, ma sempre denso di energia, amore, sentimento. Angeli custodi di fronte allo spettatore che sembrano accoglierci e volerci proteggere, doni che solo una mente grande e libera dalla modernità è in grado di dare.

Un evento accidentale, l’osservazione del nipotino Davide che gioca, e il successivo colloquio con un amico sono alla base della nascita di una nuova scultura. L’ispirazione si manifesta all’improvviso, muovendo l’animo dello scultore che risponde anche a questa nuova chiamata. Tuttavia si nota un cambiamento, un’evoluzione che, seppur impercettibile, è capace di segnare un nuovo inizio.

La vista del nipotino che gioca si trasforma in un’epifania, una subitanea rivelazione che imprime nella mente dell’artista i tratti delicati del viso del bambino, riflesso di un animo puro e tenero che ancora riesce a stupirsi delle piccole cose. Così è l’animo dell’artista. Così è la purezza di un cuore che si meraviglia dei miracoli della natura e che cerca, ogni volta, di ricrearla attraverso la scultura.

Così l’estro di Rodella, forse qui dotato di un piglio più leggero anche se ugualmente partecipe, si mette all’opera cercando di immortalare nel marmo il sorriso e lo stupore di quella sera. Rodella sceglie di ricreare la situazione raffigurando il bambino in una posa vivace, cercando di fissare l’attimo in cui solleva la scarpa che, diventata un gioco, scatena nell’animo la gioia della scoperta per le piccole cose.

Il procedimento della realizzazione è piuttosto complesso: l’anima in ferro non solo deve calibrare e calcolare la disposizione in bilico ed inclinata che l’artista vuole dare al bambino ma servire da supporto alla scultura. Il processo di creazione si rivela un rigoroso e scrupoloso studio per valutare la corretta disposizione della figura. L’immagine finale si presta ad essere una cassa di risonanza che riesce a far vibrare le corde dell’emozione sia dello scultore-demiurgo che dello spettatore.

Il bambino, vestito da una leziosa tutina realizzata in bronzo e crisocolla, è raffigurato nell’attimo della scoperta del ‘gioco’ e sembra invitarci a guardare oltre l’elemento materiale della scarpa che solleva con il braccio destro alzato. Il laccio che il bambino sorregge diventa una linea perpendicolare che sembra misurare l’intera creazione, inquadrandola ed ordinandola dentro un reticolo geometrico rigoroso. Il bambino è raffigurato con la massima delicatezza e un’attenzione ai dettagli meticolosa. Anche se il plinto su cui l’opera è posta ammette una visione frontale privilegiata, data dal raccordo di linee geometriche e di fuga su cui gioca l’intera composizione, sono proprio i dettagli che invitano a girare attorno all’opera per apprezzare i particolari più deliziosi, come il piedino sulla punta, la descrizione curata e attenta delle ciocche dei capelli, l’espressione del volto stupefatto del bambino, le pieghe realistiche della tutina con i bottoncini slacciati per facilitarne il movimento.

La posizione in bilico è controbilanciata dal braccio sinistro del bambino saldamente appoggiato a quello che sembra un giocattolo d’altri tempi, costituito da un cavallino posto al centro di un quadrato munito da rotelle. Il gioco funziona da struttura di sostegno su cui il bambino si appoggia senza paura, sollevando la gamba sinistra e descrivendo una struttura a chiasmo. Proprio la struttura regolare del quadrato si rivela dunque non soltanto una forma regolare e stabile, ma riesce a catalizzare l’attenzione presentandosi come un coagulo del sentimento che permette all’osservatore di ricordarsi della propria fanciullezza, in un crescendo di emozioni. Lo scalpitante cavallino, altrettanto vivace con la criniera al vento, è caratterizzato dalla purezza e dalla preziosità di quelle forme, ora dolci, ora taglienti, scolpite in punta di scalpello, che sembrano farsi quasi alabastro per quella definizione meticolosa e quella trasparenza cristallina osservata in controluce.

È ancora una volta il marmo che si piega a raffigurare l’idea impressa nella mente dello scultore che ci consegna una scultura dove lo stupore, la scoperta, la meraviglia muovono il vero significato dell’opera. Le carni tenere del bambino sono cesellate nel marmo che si rivela estremamente duttile sotto le mani esperte dello scultore. È nella perfezione delle forme tornite e lucenti che si manifesta il tratto distintivo di Rodella, quella artigianalità che recupera la maestria antica della lavorazione del marmo propria degli scultori rinascimentali. Tuttavia la tecnica si rende al tempo stesso attuale, vivace, sempre nuova: l’artista gioca con l’intreccio dei materiali diversi, come il bronzo, il crisocolla, il vetro, che sembrano virtuosisticamente fare a gara con il marmo nella descrizione realistica delle pieghe della tutina indossata dal bambino, donando all’opera quel vivace effetto cromatico che serve a movimentare la scena e ad enfatizzare i movimenti.

Il sorriso del bambino divertito dall’inusuale giocattolo recupera quella dimensione umana dei sentimenti, spesso dimenticati da una società troppo occupata a vedere il lato negativo, consumistico, economico della vita. È una riscoperta dei valori autentici che dovrebbero guidare ogni uomo: una nuova visione del mondo allo stesso esatto modo in cui la scarpa diventa un gioco affascinante, nuovo, inedito agli occhi del bambino.

È il sorriso, l’espressione a rapirci, come se questa fosse la somma del ricordo di un passato artistico che reclama la sua fonte di ispirazione. Il bambino di Rodella gareggia in tenerezza e vivacità con gli spericolati puttini in bronzo posti sui bordi dei bacili della candelabra della fontana di Villa di Castello e realizzati dallo scultore fiorentino cinquecentesco Niccolò Tribolo, con i sorridenti busti di bambini impertinenti e felici di Desiderio da Settignano, riproponendo immutata quella bellezza eterea di tanti puttini modellati dai pennelli dei più prodigiosi pittori Rinascimentali.

Nel momento in cui scrivo, la scultura non ha ancora un nome, ma come dice Shakespeare – che cos’è un nome? – è l’immagine che ci parla. Il messaggio che la scultura vuole trasmettere è di ritornare bambini recuperando un animo puro, capace di meravigliarsi e stupirsi di fronte alle piccole cose.

L’ispirazione cade nel terreno fertile dell’immaginazione che muove gli affetti, tocca l’animo e permette allo scultore di dare il meglio di sé anche questa volta, donandoci un’opera che sembra essere il sigillo di una rinascita interiore: una scultura piccola ma trepidante d’emozione, un vero, piccolo, miracolo di delicatezza e spiritualità.

Sara Taglialagamba

Recensioni

25 giugno 2011

Elogio della tecnica: il caso Rodella

di “Nicola Valentini”

Galleria

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